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Chi sono

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Amabile Giusti si addormenta la sera sognando di scrivere, si sveglia la mattina con lo stesso chiodo fisso in testa, non è escluso che perfino davanti a un giudice, mentre perora una causa, la sua mente divaghi pensando a come plasmare una storia o finire un capitolo. È un tipo che ascolta molto e parla poco ma quando scrive non si ferma più...
Se volete farla contenta regalatele un saggio su Jane Austen, un ninnolo di ceramica (preferibilmente blu), un manga giapponese, o una piantina grassa (più spine ci sono meglio è). Preferibilmente tutti insieme. Spera di invecchiare lentamente (perché questo pare sia l’unico modo per vivere a lungo...) ma mai invecchiare dentro! Dentro avrà sempre un’età con poco passato e molto futuro e scarsa saggezza.

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martedì 18 febbraio 2014

Da oggi è disponibile il mio nuovo romance storico L'orgoglio dei Richmond, in digitale su Amazon. Ringrazio la bravissima Elisabetta Baldan per la splendida copertina che ha creato.




Inghilterra, fine Settecento. Rudyard di Trent ha tutto ciò che si può desiderare dalla vita. È giovane, nobile, affascinante e un inguaribile libertino. Non ha mai incontrato l’amore, né si augura di incontrarlo. Ma un aristocratico ha dei doveri nei confronti della propria casata, tra i quali mettere al mondo dei figli, possibilmente maschi e legittimi, e il matrimonio è l’unico modo per ottenere tale risultato. Questo è ciò che pretende da lui il duca di Steventon, nonno autorevole e tirannico, l’unico verso il quale egli nutra un po’ di rispetto. Pertanto, all’età di ventotto anni, il marchese di Trent si vedrà costretto ad accantonare i duelli, le bevute, le scommesse e le ballerine, per frequentare qualche fanciulla di buona famiglia. 
Sulla sua strada, in senso letterale, giungeranno la giovane Lyselle, tanto graziosa quando sciocca, e la sorella di quest’ultima, Allyson, il cui aspetto ordinario e i cui modi glaciali suscitato subito, a pelle, tutta la sua antipatia. Mentre Lyselle cerca di carpirne le attenzioni, Allyson le respinge e anzi dimostra di disprezzare lui, le sue ricchezze, e la vita dissennata che conduce. Rudyard di Trent, abituato a essere riverito dagli uomini e corteggiato dalle donne, insolentito da tanta impudenza, medita subito di conquistarla e di farle conoscere il significato della parola “disperazione”. 
Ma l’amore non gioca pulito coi cuori degli uomini. Per uno straordinario gioco di circostanze, infatti, Rudyard e Allyson saranno costretti a trascorrere del tempo insieme, e lui si renderà ben presto conto di essere attratto dall’unica donna che si dimostra disinteressata alle sue proposte. Tra i due si instaurerà un clima di reciproco dispetto, di apparente avversione, che nasconde una realtà ben diversa e un sentimento più forte di quanto entrambi vogliano ammettere. 
Durante una frivola Stagione londinese, tra feste danzanti, gite in carrozza, baci rubati e litigi d’amore, i destini di tutti si mescoleranno come carte da gioco, e Rudyard e Allyson impareranno a conoscersi, a sopportarsi, a perdonarsi e amarsi nonostante i pregiudizi, le differenze sociali, e la loro stessa testardaggine. 
Dalla stessa autrice di Trent'anni e li dimostro, Cuore nero e Odyssea Oltre il varco incantato, un romance storico dal ritmo incalzante, per tuffarsi nell'atmosfera briosa dell'Inghilterra del periodo Regency.


CAPITOLO UNO 



Il cielo dell’Hampshire riluceva come un turchese, non una nuvola ne velava la trasparenza, solo stormi di rondoni tracciavano cerchi nell’aria stridendo all’unisono. La valle fremeva di vita, di insetti, di fiori e ruscelli, di erba appena piegata da un vento esile quanto un respiro.
Uno spirito incline all’ammirazione del pittoresco si sarebbe soffermato a contemplare quel magnifico paesaggio. Tuttavia, il gentiluomo che ne percorreva i sentieri a cavallo pareva interessato soltanto a dominare l’irritabilità del suo purosangue. Aveva quel cavallo da pochi giorni, e un cavaliere meno esperto di lui sarebbe già stato sbalzato di sella. Anzi, un cavaliere meno esperto di lui non si sarebbe proprio arrischiato a percorrere sessanta miglia in groppa a una bestia tanto stizzosa.
Rudyard di Trent, invece, non avendo mai incluso la parola “prudenza” nel suo dizionario, aveva scelto proprio quel roano intrattabile per un tragitto tanto lungo, e non ne era pentito. Preferiva di gran lunga un viaggio rischioso alla noia di una lunga e comoda trasferta in carrozza. Non aveva voluto che il valletto e lo staffiere lo accompagnassero: a ventotto anni e tre mesi si considerava assolutamente capace di badare a se stesso, nonostante la madre lo considerasse un capriccioso e incauto bambino.
E capriccioso e incauto lo era davvero, ma sapeva badare a se stesso. Aveva detto che avrebbe raggiunto Steventon Manor in tre ore da Londra, e ci stava riuscendo in molto meno. Un tempo da record; se ci avesse scommesso su - cosa che faceva abitualmente – avrebbe accumulato un bel gruzzolo. Non che ne avesse bisogno, poteva permettersi di perdere senza battere ciglio somme che avrebbero fatto impallidire molti uomini facoltosi. Però gli piaceva vincere quando giocava, e se solo avesse potuto pianificare la cosa avrebbe vinto eccome. Purtroppo il viaggio era stato imprevisto, e nelle poche ore dal ricevimento del dispaccio che gli intimava di partire, non era riuscito a trovare nemmeno un rottame di amico con cui imbastire una scommessa. Gli restava almeno la soddisfazione personale.
A un tratto, sorpassando un rigagnolo e una curva alberata, dovette interessarsi per forza al paesaggio. Era quasi giunto a destinazione, mancava mezzo miglio appena, quando il roano dimostrò di non gradire l’ombra di una figura umana improvvisamente apparsa dietro una siepe, e si impennò. Rudyard afferrò le briglie e serrò le ginocchia per non farsi disarcionare. Sarebbe stata una ben grama scena, considerata la sua fama di abile cavaliere ma, soprattutto, considerata la grazia abbagliante della fanciulla che lo fissava atterrita.
La ragazza arretrò dinanzi agli zoccoli minacciosi, e poco mancò che svenisse per la paura. Rudyard balzò a terra e la raggiunse mentre se ne stava con le spalle contro il tronco di un albero, sbiancata in volto e le mani sul cuore.
Ciò che lei vide, e le piacque non poco, fu un giovanotto alto con gli occhi verdi, i capelli bruni scompigliati dalla cavalcata e legati sulla nuca da una nappa di cuoio, e un elegante completo da equitazione.
Ciò che vide lui, e gli piacque altrettanto, fu una fanciulla biondissima di circa diciotto anni, con un mantello di lana turchese su un abito di mussola bianca, talmente bella da fargli incespicare per un attimo il respiro, lui che di ragazze graziose ne conosceva a iosa. Minuta, con boccoli raccolti in un cappello di paglia legato sotto il mento da un nastro di raso, la bocca carnosa, le gote fresche e rosee man mano che il colore tornava ad arriderle, e due occhi grandi d’uno straordinario color pervinca.
“Come state?” le domandò avvicinandosi, chiedendosi come fosse possibile che quello sputo di paese ospitasse la creatura più incantevole sulla quale avesse mai posato lo sguardo.
La ragazza deglutì, poi scosse la testa.
“Sto bene, è solo che non mi aspettavo di…”
“Vogliate perdonarmi, avrei dovuto essere più prudente. Non credevo di imbattermi in una gazzella in mezzo alle siepi inglesi.”
“Gazzella?” esclamò lei sgranando gli occhi violetti.
“Penso sia doveroso presentarmi”, disse lui, accennando un inchino. “Sono Rudyard Maxwell Richmond, marchese di Trent.”
La ragazza sussultò di sorpresa.
“Siete il nipote del duca di Steventon!”
“Ebbene sì, mia cara sconosciuta gazzella. Spero vogliate dirmi anche il vostro nome così che, più tardi, dopo avergli elargito una dozzina di sonore frustate per avervi fatto spaventare in tal modo, possa ringraziare Roald, il mio cavallo, per avermi permesso di conoscere…”
“Lyselle Anders!” dichiarò lei, sorridendo.
“Vi prego, Miss Anders, vogliate rassicurarmi sulle vostre condizioni.” Le sorrise a sua volta, e Lyselle avvertì uno strano, fremente, morso dentro al petto, un crampo di scompiglio e compiacimento. Il modo in cui Rudyard la osservava avrebbe fatto sciogliere qualsiasi fanciulla - e la giovane Lyselle era per natura tendente a frettolosi sentimentalismi - ma il fatto che quel giovanotto di bell’aspetto e distinte maniere fosse anche un marchese rendeva il suo sguardo ben più gradevole e sconvolgente.
Arrossì, e ripeté più volte che stava bene. Profumava di sapone alla rosa e, un poco, di sole di Marzo.
Rudyard, che a ben poche cose sapeva resistere e di sicuro non al richiamo di tanto splendore, disse amabilmente: “Permettetemi di accompagnarvi a casa. Dopo un simile spavento, avete senz’altro bisogno di un sostegno. Non potrei lasciarvi senza sapervi al sicuro”.
“Grazie! Lo gradisco molto.”
Rudyard le porse un braccio, e lei vi si aggrappò con languida gioia.
“Ditemi tutto di voi, stupenda gazzella”, la esortò, mentre camminavano lungo un viale alberato, affiancati dal ruscello che scalpitava tra sassi e sterpi. “Non frequento molto questi luoghi, ma non ricordo di aver mai visto simili occhi sotto questo cielo. Vi siete trasferita da poco, o siete ospite di qualcuno dei residenti?”
Lyselle sorrise soddisfatta. Non era la prima volta che qualcuno notava i suoi occhi, ma gli altri giovanotti che si sperticavano in lodi non erano altrettanto interessanti e soprattutto non erano marchesi. Non sapeva che farsene delle galanterie del figlio di un commerciante se le paragonava al garbo di Rudyard di Trent. E poi, Mark Basil, primogenito di un venditore di stoffe di Basingstoke, non era così affascinante e non parlava con un accento così fine. E di certo non sapeva cosa fossero le gazzelle. A dirla tutta non lo sapeva nemmeno lei, ma non avrebbe mai ammesso tanta ignoranza. Al ritorno a casa, lo avrebbe chiesto alla sorella.
Così, rimandando a dopo l’esigenza di colmare quella lacuna, rispose dolcemente: “In effetti è da poco che ci siamo trasferite, io, mia sorella e nostra madre. Abitiamo al Roswell Cottage, che si trova ai confini della proprietà di vostro nonno, non troppo distante dal fiume.”
“E vi trovate bene?”
“Allyson si trova benissimo”, ammise Lyselle, senza tuttavia spiegargli chi fosse Allyson. “Ma io e la mamma soffriamo enormemente. Qui non c’è nulla da fare, solo alberi, prati, orribili mucche e nessun ballo. Proprio adesso che avrei dovuto debuttare in società, Allyson ha deciso che dovevamo trasferirci in campagna! La mamma le permette di prendere troppe decisioni, Allyson è troppo vecchia ormai per amare i ricevimenti. È ciò che si definisce comunemente una zitella. Ma non capisco perché debba infliggere anche me la sua stessa sorte! Ho compiuto da poco diciotto anni e questa doveva essere la mia Stagione. Invece la sto trascorrendo prigioniera di questo villaggio mezzo morto. Voi... voi mi comprendete?”
“Vi comprendo eccome”, affermò lui con tono contrito. “Anche io ho bisogno dell’aria di Londra, la campagna non mi si addice. L’eccesso di natura mi deprime. Sebbene… credo che da oggi considererò le vallate dell’Hampshire con occhi più benevoli, perché mi hanno concesso di incontrare una creatura tanto affascinante.”
“Oh, quante lusinghe”, cinguettò Lyselle ammiccando. “Sono sicura che non credete nemmeno alla metà delle cose che state dicendo. Chissà quante belle fanciulle conoscete a Londra.”
“Belle sì, ma senza alcun fascino, consumate, incipriate come vecchie madame… Voi, invece, avete qualcosa di così schietto e pulito.”
Lyselle ridacchiò, coprendosi le labbra con una mano in un gesto vezzoso, e si strinse di più al suo avambraccio, fingendo di inciampare su uno stecco.
Per un altro tratto di sentiero, gli parlò di se stessa, del proprio sogno di trasferirsi a Londra dopo aver vissuto per qualche tempo a Bath, che era una città tediosissima, e prima ancora nel Derbyshire, e si fece raccontare qualche notizia sulla capitale, sui balli, gli spettacoli, le cene e le passeggiate. Rideva, sospirando di meraviglia dinanzi ai dettagli di questa o quella festa, quasi svenendo per l’eccitazione nel sentir nominare i personaggi del bel mondo.
A un tratto, una staccionata bianca li avvertì che erano arrivati. Dietro di essa, entro un fazzoletto di spazio erboso qui e lì punteggiato da aiuole ben curate ma semplici, c’era una costruzione quadrata col tetto di paglia. Sul prato, in un rettangolo d’orto coltivato a verdura, stava china una giovane coi capelli avvolti in un fazzoletto, il viso sporco di terra e una piccola vanga in una mano. Indossava un abito di cotone robusto, logoro all’altezza delle ginocchia. Sulle spalle portava uno scialle di lana. Nell’udire i passi dei nuovi venuti, sollevò il volto. Aveva occhi d’un nero profondo.
Lyselle esclamò ridendo, senza abbandonare il braccio del marchese: “Allyson, guarda un po’ chi ho portato con me?”
Rudyard di Trent sfoderò uno dei suoi sorrisi ammalianti, benché la destinataria fosse una donna tutt’altro che piacevole. Lo sguardo che ne ricevette in cambio fu acido come limone. Allyson Anders era più alta di Lyselle, e aveva i capelli sciolti, scuri, portati indietro dal fazzoletto legato sulla nuca. Era abbronzata, come non dovrebbe mai essere una vera signora. Appariva così diversa dalla sorella, e così poco raffinata, che Rudyard si chiese se non fosse piuttosto una domestica. L’unica cosa che aveva in comune con la magnifica Lyselle erano le ciglia lunghe e arcuate.
Allyson, dopo aver lasciato cadere l’attrezzo al suolo, fissò lo sguardo sul marchese, ma nella sua occhiata non c’era nulla di lezioso.
Rudyard, per un istante, un solo istante, si sentì come se fosse stato scoperto in flagrante dal nonno quando, da bambino, aveva rubato il burro fresco dalle cucine di Steventon Manor e lo aveva spalmato sulle scale, provocando capitomboli e imprecazioni della servitù. Quello sguardo gli fece l’effetto del primo viaggio a Parigi, a sette anni, quando, attraversando il canale in piroscafo, il movimento del mare lo aveva fatto tremare di paura mai confessata, tenuta dentro per orgoglio.
Mentre Lyselle raccontava alla sorella maggiore la propria disavventura, compreso l'adorabile nomignolo di cui il marchese le aveva fatto dono, quest'ultimo pensò che la definizione di vecchia zitella si adattava benissimo a quella donna glaciale. Al termine del racconto, Allyson disse severamente: “Dopo avervi ringraziato per la cortesia che avete dimostrato a mia sorella, non posso che rimproverarvi per aver cavalcato in modo imprudente lungo il sentiero. Non è strada per galoppare, Vostra Signoria, al massimo vi si procede al piccolo trotto. Quel viottolo è spesso frequentato da persone in cammino, avreste potuto provocare seri danni a voi stesso e agli altri”.
“Oh Allyson, sei così noiosa! Sei sempre pronta a impartire lezioni! Renditi conto che stai parlando a un marchese!” esclamò Lyselle facendo il broncio.
Rudyard mandò giù la voglia di replicare con pari franchezza a una lezione così aspra, ma nutriva alcune mire nei confronti della leggiadra Lyselle e non voleva perdere dinanzi a lei la propria immagine di gentiluomo. Così, si limitò a dire: “Vi chiedo ancora scusa, Miss Anders, sono molto dispiaciuto per l’incidente. Purtroppo, amo talmente andare a cavallo che dimentico la cautela. Temo che una signora non possa capire un tale piacere tipicamente maschile”.
“Anche io amo andare a cavallo, e non considero l’equitazione un piacere tipicamente maschile”, replicò secca Allyson. “Ma lo faccio in terreni adatti, e non rischio di rovinare i garretti del mio cavallo solo per dimostrare quanto sono brava. Lyselle, tesoro, vai in casa a rincuorare la mamma, era piuttosto in ansia per il tuo ritorno.”
La sorella minore mormorò qualcosa a proposito della necessità, suggerita dall’educazione, di invitare il marchese a entrare in casa. Ma Allyson obiettò che di certo Sua Signoria aveva fretta di tornare a recuperare il proprio cavallo, e sarebbe stato scortese sottrargli ancora del tempo. Si espresse con frasi dall’apparenza amabile, ma aveva uno sguardo sarcastico e astioso. Così, il marchese, affermando di avere davvero urgenza di rientrare, ringraziò Lyselle e si portò alle labbra con estrema grazia la mano piccola e bianca che lei gli offrì prima di sgattaiolare dentro il cottage.
“Ho la sensazione”, disse Rudyard ad Allyson quando Lyselle scomparve dalla vista di entrambi, “di aver suscitato la vostra disapprovazione. Ci conosciamo appena e già mi scrutate talmente male. Non ho avuto ancora tempo di deludervi, com’è possibile che già siate scontenta di me?”
Allyson scosse la testa, come se volesse educatamente negare tanta sfacciataggine.
“Non mi permetterei mai, Vostra Signoria, di assumere la posa che state immaginando. Non potrei in nessun caso avere delle riserve mentali nei confronti di un vero gentiluomo. Certo, se avessi la sfortuna di imbattermi in una canaglia che usa il proprio titolo nobiliare e un discreto aspetto per coltivare mire disonorevoli nei confronti di una ragazza incapace di vedere al di là del proprio naso, sarei molto caustica, e penso proprio che inviterei il mascalzone di turno a sparire dalla mia vista se non volesse correre il rischio di ritrovarsi un proiettile in una spalla. Ma non è certo il vostro caso, vedo che siete tutto onestà e cortesia”, mormorò con un sorriso sulla bocca e uno sguardo mordace.
“Non giudicate troppo frettolosamente. La fretta nelle opinioni è spesso cattiva consigliera.”
“E l’eccessiva lentezza può esserlo ancora di più. Ho mio malgrado imparato che è meglio giudicare male in fretta, che giudicare male tardivamente, quando il danno è fatto e non più sanabile. E poi permettetemi di considerarmi molto sagace nel cogliere la natura del mio prossimo. Se un simile omuncolo apparisse dinanzi ai miei occhi, mi basterebbe un istante per etichettarlo.”
“E gli sparereste?”
“Senza esitare.”
“Sapete usare un’arma?”
“Molto bene, e faccio centro dieci volte su dieci.”
“Dove avete imparato?”
“Non credo siate interessato alla storia della mia vita, Vostra Signoria, e sono certa che vostro nonno vi attende. Non spero lo stesso del vostro cavallo che, se è furbo, avrà colto l’occasione per dileguarsi. Dunque, è forse il caso che vi avviate.”
“Pensate che maltratti i miei cavalli?”
“Penso che abusate delle loro forze.”
“Credete di sapere molte cose su di me!”
“Oh, no, non so nulla, mi limito a supporre, ma lo faccio con estrema umiltà, e se mi sbaglio mi scuso. Non sono degna di immaginare alcunché a proposito di un marchese”, commentò, senza che la benché minima traccia di umiltà trapelasse dalla sua persona.
“Il mio titolo e il mio potere non vi incutono alcuna soggezione, vero?” Gli occhi di Rudyard luccicavano, verdi come mare in burrasca.
“Di solito, sono sottomessa da una mente superiore e da una straordinaria bontà d’animo, a prescindere da chi le possegga. Un intelletto eccellente e un cuore pulito sono capacissimi di inginocchiarmi al loro rispetto. Ma i titoli e il potere sono abbagli per ragazzine che hanno visto ancora troppo poco della vita e si illudono che essere barone piuttosto che conte o perfino principe identifichi necessariamente un gentiluomo. Ma scusatemi, temo di avervi annoiato con i miei sciocchi ragionamenti. Vi auguro una buona giornata.”
Rudyard rimase a guardarla mentre si dirigeva verso il modesto cottage, l’abito logoro che le cadeva senza grazia sul corpo allampanato. Si domandò quanti anni avesse, di sicuro ben più di venti. La trovava odiosa e quasi stomachevole. Le donne che appaiavano a una figura dozzinale modi quasi mascolini lo disgustavano fortemente. Preferiva le giovinette morbide e flessuose come Lyselle.
Fece una smorfia, inasprito dall’idea che una tale nullità potesse essersi rivolta a lui, il marchese di Trent, futuro duca di Steventon, con tanta ostilità. Sentiva quasi il bisogno di farle pagare il prezzo di una simile impertinenza.
Per quanto si desse arie da persona originale che teneva in spregio il titolo ereditato dal padre, Rudyard Maxwell di Trent era compiaciuto delle proprie origini. Conduceva un’esistenza viziosa, senza orari e senza regole, accompagnandosi di frequente a soggetti di dubbia reputazione e dubbia discendenza, ma lo faceva solo per divertimento, e non perché stimasse quelle persone degne di qualcosa di più di una nottata di svago al tavolo dei dadi in una delle sale da gioco più sfrenate di Londra. Fingeva di detestare la sorte che gli avrebbe imposto, sperava il più tardi possibile, di diventare duca, ma dentro di sé ne era superbamente soddisfatto. E di solito la gente rispettava e omaggiava la sua superiorità, tutti i suoi conoscenti tendevano ad adorarlo perché lo consideravano migliore, più ricco, più bello, più forte nella scherma e nel pugilato, più abile a vincere le scommesse, più resistente nelle bevute, e in generale più simpatico.
Quella donna, invece, non pareva per nulla colpita dal suo potere e dal suo fascino. Avrebbe voluto far sparire quel sorrisetto dal suo viso sporco di fango.
Stava per andare via, quando Miss Anders si voltò.
“Un’ultima cosa, Vostra Signoria”, esclamò.
Rudyard la guardò incuriosito.
“Non chiamate più gazzella mia sorella. Da quel che so, di solito, dove c’è una gazzella c’è anche un leone, e non vorrei, come ho già detto, essere costretta a sparare a una bestia tanto straordinaria ma tanto pericolosa.”
Su quelle parole, pronunciate con simulata dolcezza, andò via sul serio, entrando nel cottage e battendo risolutamente la porta.




1 commenti:

Manuela Pigna ha detto...

Non sapevo scrivessi anche Regency! Sarà mio nonappena torno a casa. :*)

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